Il Tuchì salvato dai vignaioli: una storia di tenacia

Il ruolo di Selva Capuzza, Patrizia Cadore e Cobue e il ritorno di attenzione per un vino che rischiava di scomparire.
La permanenza del Tuchì sulle colline di San Martino della Battaglia non è stata scontata. Dopo una stagione di notorietà, la superficie coltivata si ridusse progressivamente, complici il cambiamento dei gusti, la pressione commerciale di altri vini e le difficoltà legate al nome Tocai.
In questa fase ebbe un ruolo decisivo Podere Selva Capuzza, che continuò a produrre il San Martino della Battaglia DOC quando il vitigno rischiava di uscire dal panorama locale. La famiglia Formentini e, in particolare, Luca Formentini hanno contribuito a mantenere vivo il legame fra vino, vigneto e denominazione.
Nel 2007, in piena incertezza sulla denominazione, una retroetichetta con un grande punto interrogativo rese visibile la domanda sul futuro del vino. Da quel gesto nacque anche nuova attenzione, che accompagnò la successiva ripresa della coltivazione e l’interesse di altri vignaioli.
Fra le aziende ricordate dalla ricerca figura Cobue, che a Pozzolengo ha conservato un vigneto storico di Tocai messo a dimora nel 1974 e ha investito in nuovi impianti. Sempre a Pozzolengo la Famiglia Cadore, che nella figura di Patrizia ha mantenuto un vigneto storico che ha compiuto più di 70 anni. La storia del Tuchì dimostra che conservare una varietà significa trasmettere conoscenza, assumersi un rischio e credere nella diversità del proprio territorio.